
Qualche giorno fa, parlando con alcune persone con cui lavoro, che usano l’AI ogni giorno, è venuta fuori una sensazione comune a cui nessuno sapeva dare un nome.
Descrivevano tutti la stessa cosa: la sensazione di portare avanti dieci cose insieme con l’AI, fino a fermarsi e chiedersi su cosa stessero davvero lavorando. Giornate passate a far girare modelli, correggere bozze generate in pochi secondi, saltare da uno strumento all’altro per sintetizzare dati, scrivere, verificare, riscrivere.
Sulla carta, molto più veloce di prima. E non è solo una mia impressione: in uno studio dello stesso Boston Consulting Group, chi lavorava con l’AI completava i compiti circa il 25% più in fretta. Eppure, a un certo punto, il cervello sembrava spento. Pieno di una specie di rumore statico.
Mi è capitato anche a me, all’inizio. La differenza è che oggi quel rumore statico lo riconosco subito e so come tenerlo sotto controllo, ed è proprio questo che porto in aula.
Non è stanchezza fisica e non è demotivazione. È un fenomeno preciso, ormai documentato, e capirne il meccanismo è la differenza tra subirlo e governarlo.
A marzo 2026 Harvard Business Review ha pubblicato uno studio del Boston Consulting Group, condotto su 1.488 lavoratori statunitensi, che ha dato a questo stato un nome poco elegante ma azzeccato: “AI brain fry”.
La definizione dei ricercatori è precisa: affaticamento mentale generato dall’uso o dalla supervisione eccessiva di strumenti di AI, oltre la capacità cognitiva della persona.
Non è il classico burnout. E la distinzione, per chiunque lavori intensamente con l’AI, è la chiave di tutto.
Non è burnout, è un’altra cosa
Il burnout lo conosciamo: è cronico, emotivo, si accumula in mesi o anni di pressione, scarsa autonomia, lavoro logorante. Si manifesta con cinismo e distacco.
Il brain fry funziona in modo opposto. È acuto, non cronico. Può comparire nell’arco di una singola giornata intensa.
Non nasce da un problema emotivo ma neurologico: dal sovraccarico della memoria di lavoro e dall’esaurimento delle funzioni esecutive, quelle che usiamo per decidere, filtrare, mantenere l’attenzione.
I lavoratori intervistati non parlano di tristezza o frustrazione. Parlano di nebbia mentale, mal di testa da tensione, una strana lentezza nel prendere anche le decisioni più banali.
Lo studio rileva che chi sperimenta questo stato riporta un affaticamento decisionale nettamente più alto e commette più errori, sia piccoli sia gravi. Non è solo una sensazione spiacevole a fine giornata, è un costo concreto sulla qualità del lavoro.
La scoperta più importante, però, è un’altra ed è proprio quella che cambia il modo in cui imposto il lavoro mio e di chi formo.
Il problema non è usare l’AI. È supervisionarla male.
Quando passi la giornata a controllare l’output di sistemi veloci, capaci ma non affidabili al cento per cento, smetti di essere chi fa il lavoro e diventi chi gestisce un piccolo team digitale che non si ferma mai. È quel controllo continuo, fatto senza criterio, a consumarti. Non lo strumento in sé.
Il paradosso da conoscere prima di caderci dentro
Qui lo studio dice una cosa che all’inizio ho imparato a mie spese, prima di trasformarla in un principio di metodo.
Quando l’AI viene usata per togliere di mezzo i compiti ripetitivi e noiosi, il burnout tradizionale tende a diminuire. Meno lavoro meccanico, più soddisfazione. Fin qui tutto bene.
Il problema è che quei compiti noiosi erano anche le nostre micro pause cognitive. Sistemare un foglio, formattare un documento, archiviare email: attività a bassa intensità che davano al cervello qualche minuto di respiro tra una decisione difficile e l’altra.
Eliminandole tutte, l’intera giornata si schiaccia in un blocco unico di pensiero strategico e controllo continuo. Niente più valli tra le vette. Solo vette, una dietro l’altra.
È l’errore più comune che vedo, e che all’inizio ho fatto anch’io: eliminare tutto il lavoro “facile” convinti di essere più efficienti. E sui numeri è vero. Ma così si priva il cervello di ogni momento di recupero.
Per chi lavora nelle vendite B2B, dove la giornata è già fatta di chiamate, trattative e decisioni rapide, sommare la gestione costante di tre o quattro strumenti di AI significa spingere le funzioni esecutive ben oltre il punto in cui rendono al meglio.
La produttività, lo dice lo stesso studio, cresce fino a tre strumenti e cala oltre i quattro. Più non è meglio.
C’è anche un altro sovraccarico: la rincorsa
Il brain fry nasce quando lavori con l’AI. Ma per molti il sovraccarico comincia prima ancora di aprire un solo strumento.
Pochi giorni fa ne parlavo con un collega che fa il grafico. Mi ha detto una cosa semplice: “È tutto troppo. Ogni giorno esce qualcosa di nuovo.” E aveva ragione. Un modello esce e sembra rivoluzionario, poi due giorni dopo viene ritirato. Ne spunta un altro che nessuno si aspettava e finisce in cima alle classifiche. Intanto arriva l’ennesimo generatore di video o di immagini che promette di ribaltare tutto un’altra volta.
La sensazione è di essere sempre un passo indietro. Che se non provi subito l’ultima novità stai perdendo un treno.
Questo è già un costo cognitivo, anche se non hai ancora fatto niente. Ogni lancio è una micro decisione: lo provo? cambio strumento? sto sbagliando a non usarlo? E sono proprio le micro decisioni continue a prosciugare le funzioni esecutive, le stesse che il brain fry manda in tilt.
Il punto è che la rincorsa è facoltativa. Non devi adottare tutto. La maggior parte di questi lanci non cambierà il tuo lavoro, e quei pochi che contano davvero saranno ancora lì tra un mese, più stabili e più chiari. Scegliere un set di strumenti che funziona e lasciare scorrere il resto non è restare indietro. È la condizione per lavorare con la testa lucida.
Il metodo, in pratica
Non si tratta di usare meno l’AI. Sarebbe ipocrita da parte mia e poco utile per te. Si tratta di usarla con metodo.
Queste sono le regole che applico ogni giorno e che porto nelle aule quando formo i team commerciali.
Limita gli strumenti attivi. Come hai visto, oltre i tre strumenti la resa cala. Non servono dieci schede aperte. Scegli i due o tre che coprono davvero il tuo flusso e chiudi il resto.
Reintroduci le micro pause, di proposito. Visto che il lavoro noioso non te le offre più gratis, vanno programmate. Cinque minuti veri tra un blocco intenso e l’altro, senza schermo. Non è tempo perso, è il modo in cui il cervello ricarica le funzioni decisionali.
Lavora a blocchi monotematici. Il nemico numero uno è il context switching, il continuo saltare tra compiti diversi. Raggruppa le attività simili: un blocco di sola scrittura, un blocco di sola revisione, un blocco di sole chiamate. Meno la mente cambia registro, meno si consuma.
Calibra la fiducia in anticipo. Non tutto l’output va verificato con lo stesso livello di attenzione. Decidi prima cosa è critico e merita un controllo serio, e cosa puoi accettare con una rilettura veloce. Rivedere tutto come se fosse ad alto rischio è la via più rapida verso il brain fry.
Separa creazione e supervisione. Generare e controllare sono due cose diverse per la testa. Passare di continuo dall’una all’altra ti svuota. Tienile in momenti distinti della giornata.
Chiudi con un compito a bassa intensità. Non finire la giornata sulla decisione più difficile. Lascia per ultimo qualcosa di semplice e concreto, così esci dal lavoro con il serbatoio meno vuoto.
Il rischio opposto: smettere di pensare
C’è un secondo pericolo, l’opposto del primo, e per certi versi più difficile da notare.
Il brain fry nasce dall’eccesso di supervisione: controlli tutto, ti esaurisci. Ma quando il cervello è troppo affaticato per reggere quel ritmo, la scorciatoia più naturale è smettere di controllare davvero. Si comincia ad accettare gli output dell’AI così come arrivano, senza più metterli in discussione.
È qui che si perde la cosa che conta di più: il pensiero critico. La capacità di chiedersi se quella risposta ha senso, se quel dato è plausibile, se quella sintesi non stia tralasciando qualcosa di importante.
Più deleghiamo il ragionamento a un modello, più rischiamo che quel muscolo si arrugginisca. E nelle vendite B2B, dove la differenza la fanno il giudizio, la lettura del contesto e la decisione giusta al momento giusto, è proprio quel muscolo che non possiamo permetterci di perdere.
L’AI può produrre la bozza, il dato, l’ipotesi. Ma decidere se reggono resta un lavoro umano. Anzi, è il lavoro umano.
La supervisione è il nuovo lavoro
La vera competenza, oggi, non è saper usare l’AI. Lo sanno fare in tanti. È saper organizzare il modo in cui la si supervisiona senza bruciarsi, mantenendo lucido il pensiero critico mentre lo si fa.
Lo strumento è potente, ma la risorsa scarsa siamo rimasti noi, con la nostra attenzione finita e una memoria di lavoro che non scala come un modello.
La prossima volta che alle sette di sera senti la testa annebbiarsi e fai fatica a concentrarti, non è pigrizia e non è età. Hai chiesto al tuo cervello di gestire troppe macchine contemporaneamente, senza dargli un attimo per respirare.
La buona notizia è che, a differenza del burnout, da questo si recupera in fretta.
Io, a fine giornata, stacco nel modo più semplice che esista: una corsa, una camminata, un giro in bici o un aperitivo con gli amici. Niente schermi, niente notifiche. È il momento in cui la testa stacca davvero e torna a essere solo mia.
Basta progettare la giornata, e il flusso di lavoro, con un po’ più di rispetto per come funziona davvero la testa.
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Fonti
- Boston Consulting Group, When Using AI Leads to “Brain Fry”
- Harvard Business Review, When Using AI Leads to “Brain Fry”, marzo 2026
- Boston Consulting Group e Harvard Business School, Navigating the Jagged Technological Frontier, 2023


