Robert Julian Smith

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Qualche giorno fa ho letto un articolo di Michael Domanic, responsabile AI di Section, un’azienda americana che fa formazione sull’AI per le imprese.

Il titolo diceva che il 2026 è stato l’anno degli agenti e che il 2027 sarà l’anno del computer use.

Le previsioni del tipo “l’anno di qualcosa” le leggo sempre con prudenza.

Mi ricordo bene il 2022. Mark Zuckerberg parlava del metaverso come della prossima grande cosa. Già nell’ottobre 2021 aveva cambiato il nome dell’azienda da Facebook a Meta, e nella lettera del fondatore aveva scritto che la prossima piattaforma sarebbe stata un internet in cui sei dentro l’esperienza, non la guardi soltanto. Da quel momento, scriveva, l’azienda sarebbe stata “metaverse-first”.

Il 30 novembre 2022 OpenAI ha lanciato ChatGPT.

Meno di un anno dopo, sul palco di Meta Connect 2023, Zuckerberg ha parlato per 33 minuti prima di pronunciare la parola metaverso. Fino a quel momento aveva parlato di intelligenza artificiale.

La previsione di Domanic, però, la guardo in modo diverso. Per me non riguarda il 2027. È una cosa che uso già.

Che cos’è il computer use

Invece di collegare l’AI a un programma con un’integrazione tecnica, le dai lo stesso accesso che ha una persona. Uno schermo, un mouse e una tastiera.

L’agente guarda lo schermo, clicca, compila i campi, passa da una finestra all’altra. Come un collaboratore seduto alla scrivania.

Una precisazione, perché più avanti userò spesso la parola “agente” da sola. Agente e computer use non sono la stessa cosa. L’agente è il sistema che porta avanti un compito da solo, passo dopo passo. Il computer use è solo il modo in cui quell’agente entra in un programma quando non c’è un collegamento diretto, cioè dallo schermo, come faresti tu. Lo stesso agente può usare un’API su un sistema e il computer use su un altro, a seconda di cosa trova davanti.

Non è una novità. Anthropic l’ha presentato per Claude nel 2024. Ma all’inizio era lento, e si fermava continuamente a chiedere conferma.

A settembre 2026 OpenAI ha lanciato GPT-6 Astra e ha puntato molto proprio su questa capacità. I numeri pubblicati da OpenAI dicono che è migliorato. Sono però numeri dichiarati da chi vende il modello, e un test di laboratorio non dice come si comporterà sul tuo gestionale.

Io lo uso già

Il mio sito è fatto con WordPress. Lavoro con Claude, attraverso Cowork, per sistemare problemi SEO. Redirect, pagine che danno errore, titoli e descrizioni da correggere.

Per controllare le pagine, Claude le legge da fuori, come fa Google. Per modificarle, entra dal browser, in una sessione già autenticata perché ho già fatto l’accesso all’area di amministrazione. Clicca, compila, salva. Non gli do la password, e non gliela scrivo nel messaggio. Questo non significa che la sessione sia senza rischi: dentro quella sessione, Claude vede quello che vedo io e può usare quello che posso usare io.

Questo è computer use. Per queste modifiche non uso un connettore diretto, quindi Claude entra dalla stessa porta da cui entro io. E io posso guardare ogni clic e fermarlo quando voglio.

Non lo faccio solo sul mio sito. Lo uso anche per i miei clienti, quando costruisco o rifaccio i loro siti.

Perché conta per un ufficio commerciale

Fino a oggi, per far lavorare un agente AI dentro un programma in modo affidabile serviva un collegamento tecnico. Senza, restavano il lavoro manuale o automazioni del browser fragili, che si rompono a ogni cambio di interfaccia.

Prova a fare l’elenco dei programmi che il tuo ufficio commerciale apre in una settimana.

Il CRM. Il gestionale. Magari il portale fornitori di un cliente importante, dove bisogna caricare offerte o controllare gli ordini. Il pannello di una campagna pubblicitaria.

Quanti hanno un collegamento pronto per un agente AI? E quanti richiedono che una persona entri, cerchi, copi e incolli?

Il computer use non rende l’AI più intelligente. La fa entrare in posti dove prima non arrivava.

Ma questo sposta il problema, non lo elimina.

Il primo problema è l’accesso

Domanic lo chiama il vero muro. È l’autenticazione a più fattori. Un agente si ferma davanti al codice che arriva sul telefono, e non puoi dargli il tuo telefono.

Account dedicati all’agente, sessioni già autenticate, regole di accesso. Sono decisioni che spettano a chi si occupa di informatica e sicurezza, non al singolo commerciale che vuole provare.

In una piccola azienda, chi prende questa decisione? Se la risposta non è chiara, è la prima cosa da chiarire.

Un accesso tecnico non è un’autorizzazione. Domanic lo scrive chiaro: alcune piattaforme vietano o limitano l’uso automatizzato nei loro termini di servizio. Prima di lanciare un agente su un portale di terzi, quei termini vanno controllati.

Il secondo problema è il costo

Ogni passaggio manda uno screenshot al modello. Una sessione lunga consuma molto di più di un agente che fa lo stesso lavoro con un collegamento diretto.

Vale anche per il mio sito. Lavorare dal browser va bene per un intervento ogni tanto. Se il lavoro diventa continuo, conviene un collegamento diretto.

Se esiste un’API, conviene quasi sempre usare quella. Il computer use ha senso dove l’alternativa è una persona che lo fa a mano.

Il terzo problema è il controllo

Questo non lo dice Domanic. È una mia lettura.

Un agente che legge i dati fa un lavoro. Un agente che scrive dentro un sistema ne fa un altro. Se carica un’offerta con il prezzo sbagliato nel portale di un cliente, l’errore è già arrivato fuori dall’azienda.

Sul mio sito la situazione è chiara. Claude usa la mia sessione, io vedo cosa fa, e il sito è mio. Sui siti dei clienti la domanda pesa di più. Se c’è un errore, può vederlo un loro cliente prima di me.

E c’è un’altra domanda. Se qualcosa va storto, da dove riparto? Prima di far scrivere un agente dentro un sistema, bisogna essere sicuri che i backup siano salvati in un posto diverso dal sistema stesso.

Quando l’AI è già dentro il software

Di recente ho avuto la fortuna, e l’onore, di vedere in anteprima il software di un mio partner. È un CRM con l’AI integrata dentro.

Il commerciale non deve aprire il CRM e compilare i campi. Scrive in chat dallo smartphone, e il CRM si aggiorna da solo.

Qui il computer use non serve per le funzioni che quell’integrazione già copre. Può ancora servire per quelle che il CRM non espone.

Questa è una mia lettura. Il computer use serve per i programmi che l’AI dentro non ce l’hanno, e magari non l’avranno per anni. Per i software nuovi, la strada può essere un’altra. L’AI costruita dentro, dall’inizio.

Da dove partire

Domanic suggerisce di cominciare da un sistema che non ha API né integrazioni, e di chiedergli qualcosa che non sei mai riuscito a tirare fuori.

Aggiungo una cosa mia. Il primo esperimento dovrebbe essere di sola lettura. Estrarre dati, confrontarli, preparare un riepilogo. Niente da inviare o modificare. Prima capisci come si comporta l’agente in computer use, poi decidi se dargli di più.

Il 2027 sarà l’anno del computer use? Non lo so.

So che un agente capace di lavorare in computer use, dentro i programmi che usi ogni giorno, esiste già. Io lo uso.

L’AI può entrare in programmi dove prima non arrivava. Ma qualcuno deve decidere in quali, con quali permessi e per fare cosa.

Questa decisione non la prende l’agente. La prende l’azienda.

Se vuoi capire quali attività del tuo ufficio commerciale potrebbero essere affidate a un agente, e con quali regole, parliamone.

Scritto da Robert Julian Smith

Robert Julian Smith è consulente di marketing strategico e formatore specializzato nell'applicazione dell'intelligenza artificiale al marketing e alle vendite. Con oltre 30 anni di esperienza in ruoli commerciali e consulenziali per aziende B2B e PMI italiane, dal 2024 si dedica alla formazione aziendale sull'AI applicata, con un approccio concreto e orientato ai risultati. È guest lecturer presso LUISS e LUISS Business School, e docente presso Umbria Business School (Confindustria Umbria) e IQM Selezione Milano. I suoi articoli traducono le evoluzioni dell'AI in strumenti operativi per chi lavora nel marketing e nelle vendite.